Riavvolgiamo ancora una volta il nastro di Back in Time. Le settimana che si conclude ci riporta tra dischi destinati a fare scuola, concerti entrati nella leggenda, incontri decisivi e addii che hanno cambiato la musica. Un viaggio nel passato attraverso i suoni, le immagini e la cultura del loro tempo, alla ricerca delle storie che continuano a risuonare nel presente.

Il 15 agosto 1965 i Beatles entrano allo Shea Stadium su un furgone blindato, attraversano il campo e raggiungono un palco che sembra un'isola. Sugli spalti ci sono più di 55.000 persone, l'impianto di amplificazione non è pensato per un concerto rock di quelle dimensioni; le voci e gli strumenti passano anche attraverso il sistema di diffusione del campo, mentre le urla dei fan diventano una sorta di nota di bordone. Il film dell'anno si intitola Help! e il titolo sembra una battuta involontaria sulla situazione tecnica. Ringo Starr guarda gli altri per capire in quale punto si trovi il brano, i Fab Four suonano più a memoria che ascoltandosi l'un l'altro.



La serata stabilisce una scala destinata a cambiare l'industria. Lo stadio permette di vendere decine di migliaia di biglietti, ma espone il ritardo della tecnologia live: serviranno impianti dedicati, monitor, mixer e una nuova professionalità che da quel momento in avanti si fa nuovo veicolo di occupazione nel settore dell'intrattenimento musicale. La beatlemania raggiunge il proprio culmine proprio mentre rende quasi impossibile la musica che celebra; ma è per chi suona che la lezione diventa immediatamente imprescindibile: un concerto non è soltanto ciò che accade sul palco, ma ciò che il sistema riesce a consegnare al pubblico e a restituire ai musicisti. Senza ascolto, persino la band più famosa del mondo procede brancolando nel buio.

Woodstock: tre giorni che ne richiedono quattro
Quattro anni dopo, il 15 agosto 1969, Richie Havens apre Woodstock perché il traffico impedisce agli artisti previsti di arrivare. Il manifesto promette "3 Days of Peace & Music"; pioggia, ingorghi e ritardi spingeranno il festival fino alla mattina del 18, quasi mezzo milione di persone raggiunge la fattoria di Max Yasgur a Bethel. I recinti e la biglietteria cedono, l'evento diventa gratuito, il fango diventa paesaggio. Pochi mesi prima Easy Rider ha lasciato al pubblico una conclusione amara - "We blew it" - sulla controcultura americana e pertanto Woodstock sembra (almeno per un fine settimana) la risposta ottimista: forse non tutto è stato perduto.



Sul palco passano Santana, Canned Heat, Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, Janis Joplin, Sly and the Family Stone, The Who, Joe Cocker, Ten Years After, The Band e Crosby, Stills, Nash & Young. Non tutti vogliono apparire nel film, non tutti conserveranno un ricordo felice, e sarà soprattutto la mitologia successiva a ripulire gran parte del caos di quelle giornate. Eppure il festival produce un'immagine politica senza programma unitario: una città provvisoria che sopravvive grazie a cooperazione, improvvisazione e tolleranza del disagio. Il rock non è più soltanto musica per giovani; è uno spazio nel quale una generazione prova a ritrovarsi .

Robert Johnson e il buco nero del documento
Il 16 agosto 1938 muore Robert Johnson, probabilmente vicino a Greenwood, Mississippi. Le circostanze restano incerte, il certificato stabilisce la data ma non la causa; il vuoto viene occupato da storie di veleno, gelosia e patti con il demonio celebrati ad un incrocio. Nello stesso anno Superman appare su Action Comics come "champion of the oppressed": la cultura pop comincia a fabbricare eroi moderni, mentre Johnson entrerà nella leggenda senza immagini in movimento e con appena 29 composizioni registrate. La scarsità del documento non riduce l'influenza, anzi, la amplifica. Le registrazioni di San Antonio e Dallas sono finestre strette su un repertorio più ampio che non possediamo. Il blues elettrico di Chicago, il rock britannico e generazioni di chitarristi trasformeranno quelle idee in volume, sustain e . Eric Clapton, Keith Richards e molti altri leggeranno Johnson come un testo fondativo, e la leggenda del diavolo - per quanto seducente - continuerà a dare adito alla fama molto meno di quanto faranno le canzoni.



Elvis, l'uomo dentro l'icona
Il 16 agosto 1977 Elvis Presley muore a Graceland a 42 anni. È l'estate di Star Wars e "May the Force be with you" viaggia dai cinema alle conversazioni quotidiane, Elvis, però, appartiene già a un'altra cosmologia: è il re, il volto con il quale il rock'n'roll è entrato nei salotti, nei cinema, nei televisori e nella pubblicità. Ma la mattina della morte non assomiglia a una scena preparata. Ridurre Elvis al movimento del bacino o agli ultimi anni della sua carriera significa perdere drasticamente di vista l'interprete; la sua forza nasce dall'incontro fra country, gospel e rhythm and blues, dal modo in cui ascolta Arthur Crudup, Bill Monroe, Sister Rosetta Tharpe e i cantanti delle chiese; dalla capacità di cambiare peso a una sillaba e trasformare una cover in identità. Scotty Moore gli costruisce intorno un lessico di chitarra essenziale, con slapback echo, accordi spezzati e frasi che collegano jazz, country e blues. Nel 1977 la stampa mostra soprattutto il corpo stanco e il mito fuori controllo, ma è tornando agli album che si rintraccia un musicista capace di stare dentro la tradizione senza trattarla come un museo.



Il 16 agosto di quarantun'anni dopo, nel 2018, muore Aretha Franklin. Al cinema Black Panther ha trasformato "Wakanda forever!" in un saluto planetario; la parola "Respect", però, possiede da mezzo secolo una forza altrettanto immediata. Aretha prende il brano del 1965 di Otis Redding, sposta la prospettiva e trasforma una richiesta domestica in dichiarazione di autonomia; il significato politico non è incollato alla musica: nasce dall'arrangiamento, dal ritmo, dallo spelling, dal modo in cui la voce occupa lo spazio. E che voce.
Aretha è anche pianista e arrangiatrice, dettaglio spesso oscurato dal titolo di Queen of Soul, il suo accompagnamento gospel non segue docilmente il canto: lo prepara, lo provoca, chiama e risponde. La formazione in chiesa e l'esperienza con il repertorio jazzistico le consentono di trattare il tempo con libertà senza perdere mai il centro del brano.



Kind of Blue: lo spazio fra le note
Il 17 agosto 1959 la Columbia Records pubblica Kind of Blue. La televisione americana sta per aprire The Twilight Zone con l'idea di "another dimension", e Miles Davis trova quella dimensione sottraendo accordi. In studio ci sono John Coltrane, Cannonball Adderley, Bill Evans, Wynton Kelly, Paul Chambers e Jimmy Cobb. Le indicazioni sono essenziali, le prove ridotte, le strutture modali lasciano ai solisti un orizzonte più largo rispetto alle sequenze armoniche serrate del bebop. "So what?" diventa quasi una postura che da quel momento in avanti ogni musicista d'estrazione jazz vorrà adottare: e quindi? Meno spiegazioni, più ascolto. Il contrabbasso di Chambers e la batteria di Cobb non riempiono lo spazio ma lo delimitano, Evans, dal canto suo, usa voicing che sembrano la luce delle prime ore del giorno che filtra dalle persiane di una stanza in risveglio; Coltrane organizza la tensione di Miles con un controcanto operativo che ancora oggi continua a dimostrarsi sconfinato materiale di studio... E mentre Adderley illumina il lavoro con una "delivery" dal calore ancora difficile da comprendere in una lineup così ricca, Miles dimostra che la scelta delle note dipende dalla qualità dello spazio che le circonda. Kind of Blue non ordina di suonare meno, mostra come far pesare di più ciò che rimane.



Hendrix all'alba, l'inno dentro il rumore
Alle nove del mattino del 18 agosto Jimi Hendrix sale sul palco di Woodstock. Dei quasi 500mila presenti è rimasta una frazione, il prato mostra i resti della città provvisoria; chi è ancora lì ha attraversato pioggia, attese e notti senza sonno. Hendrix apre con una nuova formazione, Gypsy Sun & Rainbows, e a un certo punto dice al pubblico: "I see that we meet again!" La frase ha il tono di un incontro casuale, non del momento destinato a chiudere il festival più celebrato del secolo. La sua versione di The Star-Spangled Banner trasforma la Fender Stratocaster bianca in un oggetto immortale, la leva del vibrato piega l'intonazione (a volte un po' troppo), il feedback produce canti di sirene omeriche, le corde imitano esplosioni e ritrovano, di tanto in tanto, frammenti di melodia. E è una distruzione dell'inno calzante per un America che sta combattendo sé stessa in Vietnam. Se poche settimane prima Neil Armstrong aveva compiuto "one giant leap for mankind", Hendrix riporta il paese sulla terra, dentro il rumore delle proprie contraddizioni.

Il 1962 è l'anno in cui James Bond pronuncia per la prima volta al cinema "Bond. James Bond"... Ironico, perché Richard Starkey abbandona il proprio nome per una firma più rapida e memorabile: il 18 agosto Ringo Starr suona il primo concerto ufficiale come Beatle. Il sarcasmo che la storia porta con sé in maniera così disinvolta si riconferma - a molti anni di distanza - anche in questa settimana d'agosto. Perché se il 18 agosto la fenice di Ringo nasce dalle proprie ceneri, il 21 agosto del 2021 muore Don Everly, la cui carriera con il fratello Phil sotto il nome di The Everly Brothers aveva segnato un momento cruciale della musica pop statunitense. Sarà proprio il cataclisma chiamato Beatles a mandare in congedo anticipato tanto gli Everly, quanto molti altri interpreti dello stesso periodo.