SurfyBear Classic e SurfyBear Metal lavorano al meglio finché restano nel loro territorio: il segnale ad alta impedenza dello strumento. Ma dopo la loro introduzione Surfy Industries ha ricevuto per molto tempo segnalazioni di musicisti e fonici che li utilizzavano anche su voci, tastiere, batterie (circostanze per le quali non erano nati). Il livello linea di una console o di un'interfaccia audio non va d'accordo con un ingresso pensato per una chitarra… La soluzione più ovvia sarebbe mettere una reamp box a monte e una DI a valle, arrangiandosi con quello che già si ha a disposizione, ma il SurfyBear Studio prova invece a chiudere il cerchio dentro un'unica unità rack, senza rinunciare a un ingresso chitarra sul frontale. In poche parole il SurfyBear Studio resta un dispositivo che sa dialogare tanto con la chitarra, quanto con gli altri elementi della band.
Il DNA resta quello della 6G15
Chi conosce il SurfyBear Classic riconoscerà subito il riferimento: il circuito discende dalla Fender 6G15, con lo stesso driver e stadio di recupero in Classe A, ma al posto delle valvole ci sono JFET e MOSFET. La generazione del riverbero però resta meccanica fino in fondo perché è presente una vera tank Accutronics SurfyPan Regular Type 4, costruita su specifiche Surfy Industries. Niente algoritmi a simulare una molla che non c'è. La SurfyPan Regular ha un decay medio-corto, un filo più lungo di quello della SurfyPan Extra montata sul Classic, è una differenza sottile ma non trascurabile e spiega perché lo Studio richiami l'impronta sonora del Classic senza esserne semplicemente una versione rack.
Due mondi di segnale sotto lo stesso cofano
Sul frontale c'è un ingresso TS mono a -20 dBV con impedenza di 1 MΩ, più due uscite L/R sempre a livello strumento. Sul retro invece si passa al livello linea: jack da 6,3 mm sbilanciati (10 kΩ in ingresso) e XLR bilanciati (40 kΩ, fino a +14 dBu), con un'uscita XLR bilanciata elettronicamente e impedenza sotto i 600 Ω. Un selettore Mono manda il segnale Left su entrambi i canali quando la sorgente è mono, altrimenti si entra in stereo; attenzione la connettività è stereo, la tank no. Ce n'è una sola, e l'immagine stereo del riverbero viene ricostruita dopo, dal controllo Width.

Dwell, Width e una coda che non è quello che sembra
Il controllo Dwell decide quanto segnale arriva al trasduttore della tank, e il LED Clip non va necessariamente temuto: se lampeggia ogni tanto vuol dire che il driver sta lavorando abbastanza da tenere un buon rapporto segnale/rumore. Se resta acceso fisso, allora sì, è sovraccarico.
Qui però bisogna sgombrare un equivoco, perché la sezione che sembra controllare la "coda" del riverbero non tocca affatto il tempo di decadimento fisico delle molle. Threshold e Decay pilotano invece un gate soft-knee piazzato sul segnale wet (Threshold apre, Decay chiude tra i 100 ms e i 2 secondi.) Su una chitarra sola o una traccia isolata il comportamento è prevedibile; su un bus pieno di informazioni, tra transienti e code che si accavallano, diventa invece molto più capriccioso (e non in con accezione negativa). Portando il controllo Threshold a zero il gate si disattiva del tutto e la tank torna a decadere per conto suo, come farebbe senza nessun intervento elettronico.
Il controllo Tone lavora solo sul wet, mentre Mixer passa dal 100% dry al 100% wet (elemento utile anche per usare l'unità su una mandata ausiliaria), e infine Volume regola il livello generale. L'Effect On/Off, va detto chiaramente, non è un true bypass: spegne il contributo delle molle ma il segnale dry resta comunque nel circuito.

E infine si arriva al controllo Width, ovvero il controllo “magico” del SurfyBear Studio. Questo interviene solo sulla componente wet, attraverso comb filtercomplementari analogici. Le differenze di fase che ne escono costruiscono un'immagine pseudo-stereo a partire da una tank che, ricordiamolo, è mono. Non sono due riverberi indipendenti e non bisogna aspettarsi che lo siano: la somma in mono non crea cancellazioni fastidiose, ma se si usa una sola uscita del pedale, il controllo Width va comunque riportato a zero.
Aprendo lo chassis si trova un jumper che sceglie tra due risposte in frequenza del percorso wet. Di default è impostato su 6G15, che mantiene il taglio sulle basse frequenze tipico del circuito dell’unità Fender. La modalità Full Range estende la banda verso il basso, e diventa più sensata su sorgenti che non vivono solo nel registro della chitarra. È bene ricordarsi che non è un controllo da toccare a metà di una performance, in quanto è necessario smontare l'unità per cambiarlo.
I numeri, per chi li vuole
Il SurfyBear Studio occupa 1U in un rack da 19", è profondo circa 25 cm e pesa 3 kg, si alimenta esternamente a 12V DC (con centro positivo) assorbendo 700 mA su un alimentatore da 1°, e si tratta di una scelta compiuta per tenere il trasformatore lontano dalla tank, che di campi elettromagnetici e vibrazioni non ne vuole sapere. Anche lo chassis in acciaio aiuta a schermare la tank, ma resta comunque sensato non piazzarla accanto ad alimentatori o apparecchiature ad alta tensione.
Il prezzo del SurfyBear Studio si aggira sui 600 euro circa, costo d’acquisto che va contestualizzato per un’unità che non è un riverbero digitale “generalista” ma un’unità outboard analogica con una tank reale, e un layout di connessioni pensato per un utilizzo professionale. Ed è proprio in questo contesto che il SurfyBear Studio trova senso: conserva la fisicità delle molle e la rende gestibile in uno studio moderno.
Ulteriori informazioni: www.surfyindustries.com

Disclaimer: contenuto realizzato in collaborazione con SurfyIndustries
Nessun commento presente.